Pochi fenomeni della medicina, e dell’esperienza umana in genere, presen-tano una densità concettuale paragonabile a quella del dolore.
Il dolore è in-sieme segnale, sintomo, malattia, fisiologia e biografia, dato oggettivabile eracconto irriducibilmente soggettivo.
È il motivo più frequente per cui un pa-ziente entra nello studio del medico, e al tempo stesso il fenomeno biologicoche più ostinatamente sfugge alla riduzione strumentale.
Lo si misura su scalenumeriche, con questionari, con paradigmi sensoriali quantitativi e tuttavia ognimisura coglie solo una sua proiezione parziale; lo si tratta con farmaci, con tec-niche interventistiche, con interventi cognitivi e tuttavia la risposta terapeuticavaria in misura sproporzionata rispetto a quanto la sola natura della lesionelascerebbe prevedere.
Questa apparente contraddizione si risolve solo a una condizione: smettere diconsiderare il dolore come un’unità funzionale e iniziare a riconoscerlo per ciòche è: un sistema.
Un sistema neurobiologico stratificato, con vie ascendentidistinte per la dimensione discriminativa e per quella affettiva, con un circuito dimodulazione discendente capace di amplificare o attenuare il segnale, con unamatrice corticale estesa che integra l’informazione nocicettiva con la memoria,con le aspettative, con il contesto.
Solo in una prospettiva sistemica diventanocomprensibili fenomeni altrimenti enigmatici: l’analgesia da stress nei traumigravi, la dissociazione tra sensazione e sofferenza sotto morfina, l’effetto pla-cebo come attivazione documentabile del sistema oppioide endogeno, il dolorenociplastico in cui la sofferenza esiste e persiste in assenza di un danno tissu-tale identificabile.
Il dolore è in-sieme segnale, sintomo, malattia, fisiologia e biografia, dato oggettivabile eracconto irriducibilmente soggettivo.
È il motivo più frequente per cui un pa-ziente entra nello studio del medico, e al tempo stesso il fenomeno biologicoche più ostinatamente sfugge alla riduzione strumentale.
Lo si misura su scalenumeriche, con questionari, con paradigmi sensoriali quantitativi e tuttavia ognimisura coglie solo una sua proiezione parziale; lo si tratta con farmaci, con tec-niche interventistiche, con interventi cognitivi e tuttavia la risposta terapeuticavaria in misura sproporzionata rispetto a quanto la sola natura della lesionelascerebbe prevedere.
Questa apparente contraddizione si risolve solo a una condizione: smettere diconsiderare il dolore come un’unità funzionale e iniziare a riconoscerlo per ciòche è: un sistema.
Un sistema neurobiologico stratificato, con vie ascendentidistinte per la dimensione discriminativa e per quella affettiva, con un circuito dimodulazione discendente capace di amplificare o attenuare il segnale, con unamatrice corticale estesa che integra l’informazione nocicettiva con la memoria,con le aspettative, con il contesto.
Solo in una prospettiva sistemica diventanocomprensibili fenomeni altrimenti enigmatici: l’analgesia da stress nei traumigravi, la dissociazione tra sensazione e sofferenza sotto morfina, l’effetto pla-cebo come attivazione documentabile del sistema oppioide endogeno, il dolorenociplastico in cui la sofferenza esiste e persiste in assenza di un danno tissu-tale identificabile.
