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Bottega storica milanese
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Bottega storica milanese dal 1947

DOMUS. Rivista internazionale di architettura, design e arte

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Domus è una delle più autorevoli riviste internazionali di architettura, design e arte, fondata a Milano nel 1928 da Gio Ponti.
Pubblicata in italiano e inglese, racconta l’evoluzione del progetto contemporaneo attraverso architettura, interni, design e ricerca culturale. Ogni numero combina progetti, saggi critici e approfondimenti sui protagonisti della scena internazionale, offrendo una visione ampia e interdisciplinare del progetto. È un punto di riferimento storico e attuale per architetti, designer e progettisti.

Lingua: bilingue (italiano e inglese)
Numero uscite: 11
Formato: paperback 24,5 X 32,5 cm

Domus 1114, Luglio 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

CONTENUTI DOMUS 1114 – LUGLIO 2026 1EDITORIALE / EditorialMa Yansong – L’architettura è riparazione / Architecture as mending 6PORTFOLIOAlessandro Benetti – Reliquie con un potenziale / Relics with potential 12SAGGI / EssaysJane Hall – Riparare in grande / Mending scales up 16PARLIAMONE / Let’s chatMY – Diébédo Francis KéréFrancis Kéré – Kéré Architecture, Berlin, DE 22ARCHITETTURA, DESIGN, ARTE / Architecture, design, artNikolaus Hirsch – Palais des Expositions de CharleroiAgwA + Jan De Vylder Inge Vinck Architecten, 2025, Charleroi, BE 30Ateliers Jean Nouvel – Fondation CartierAteliers Jean Nouvel, 2026, Paris, FR 34Inter +− Pol Studios – Green BunkerInter±Pol Studios, 2025, Amburgo Hamburg, DE 38Catherine Shaw – Six Bricolage HousesARCity Office, 2025, Shenzhen, CN 46JKMM Architects – Oulu Central LibraryJKMM Architects, 2026, Oulu, FI 52RAW Architecture – Kampoong GuhaRAW Architecture, 2024, Tangerang, ID 56Dinko Peračić, Miranda Veljačić – Gruž MarketARP – Peračić-Veljačić, 2026, Dubrovnik, HR 58MASS – Poughkeepsie CisternMASS – Model of Architecture Serving Society, 2026, Poughkeepsie, US 60Frank and Patrik Riklin – BignikRiklin Bros, 2023–, Basel / Herisau, CH 62TEMPI NUOVI / New timesMatt Shaw – Per riparare / For mendingTrung Mai – Hanoi Ad hoc, Hanoi, VTOyo Architects – Ghent, BE; Barcelona, ESDevolution – Xiamen, CN 74ARCHITETTURA SENZA ARCHITETTI / Architecture without architectsEmemem – L’arte di abitare le ferite / The art of inhabiting wounds 80STORIE / StoriesMY – Il futuro conta più del passato / The future matters more than the past  
15,00 €

Domus 1113, Giugno 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

CONTENUTI DOMUS 1113 – GIUGNO 2026 Dai progetti di Oma, Snøhetta e Mvrdv alla Giza di Heneghan Peng, nel numero di giugno di Domus l’architettura non è una decorazione estetica, ma un’infrastruttura morale che ha “il coraggio di farsi vedere” Ogni numero di Domus nasce da una meditazione. Questa volta è dichiarata fin dalla copertina: l’architettura è immagine. Non diventa immagine, non si serve dell’immagine, è immagine, nel senso più radicale e scomodo del termine. Ma Ma Yansong, guest editor, non lo dice come una resa. Lo dice come chi ha costruito abbastanza da sapere che ogni edificio nasce già come visione mentale, e che la capacità di comunicare quella forma non è un optional commerciale ma una condizione costitutiva del progetto contemporaneo. La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere. La domanda che attraversa il numero, “un’architettura virale è ancora architettura?”, non trova una risposta unica, né il numero la cerca. La apre su più fronti, la gira, la consegna a voci diverse. Il saggio di apertura affronta il fenomeno wanghong con una densità analitica rara nella stampa di settore: la stazione Liziba di Chongqing, dove i treni passano letteralmente attraverso gli edifici residenziali, è diventata uno dei luoghi più fotografati della Cina non per scelta di un architetto ma per risonanza collettiva spontanea su Xiaohongshu e TikTok. Lo spazio urbano si fa speculazione: chi ottiene like ottiene valore, chi perde la risonanza perde il proprio senso economico. È una forma di urbanistica algoritmica che nessun piano regolatore aveva previsto. Il wanghong è morto, l’articolo lo dichiara senza nostalgia, e già si trasforma nel suo successore. Lunga vita al wanghong. Risponde, in dialogo implicito, il testo di Joseph Grima e Valentina Ciuffi, fondatori di Alcova, lo spazio espositivo nomade che ogni anno sceglie contenitori architettonici di straordinaria potenza iconica: l’ex Ospedale Militare di Baggio, Villa Bagatti Valsecchi, le serre Pasino. La loro tesi è precisa: l’immagine è il portale. Parla alla psiche, attrae l’occhio, genera il desiderio di presenza. Ma il portale deve aprirsi su qualcosa di sostanziale. L’architettura del contenitore è già il primo messaggio che l’opera manda al mondo, e se quel messaggio è vuoto, nessuna quantità di like potrà colmarlo. A dare corpo alla domanda nel modo più diretto è la conversazione tra Ma Yansong ed Edi Rama, artista e Primo Ministro dell’Albania da quasi vent’anni. Rama dice una cosa che vale più di molti manifesti: “Non puoi mostrarmi una sola città brutta e prospera”. L’architettura eleva le persone o le deprime. Non è estetica: è politica. Tirana si sta trasformando, con Oma, Snøhetta, Mvrdv, con colori applicati sulle facciate grigie del periodo comunista come atti di resistenza civile, perché qualcuno ha avuto il coraggio di pensare che lo spazio costruito non è decorazione ma infrastruttura morale. Il numero attraversa diversi progetti. Jonathan Glancey racconta il Grand Egyptian Museum di Heneghan Peng Architects a Giza: vent’anni di cantiere, cinquanta ettari di sito, un edificio che connette museo e deserto attraverso un ventaglio di linee prospettiche allineate alle piramidi di Khufu, Chefren e Micerino. Glancey ha l’onestà di scrivere che il museo completato perde qualcosa dell’eterna magia del progetto di concorso, quella tensione del non-ancora, dell’architettura come promessa. Eppure le folle si riversano già all’interno, ben prima che la metropolitana lo raggiunga. Oma presenta l’ampliamento del New Museum di New York: sette piani che dialogano con l’iconico edificio di Sanaa del 2007, monolitico di giorno e trasparente di notte, rivelando la propria anatomia interna al quartiere di Bowery. Snøhetta firma la Grand Opera House di Shanghai ispirandosi ai movimenti fluidi del corpo nella danza: il tetto elicoidale è palcoscenico pubblico, piattaforma di osservazione, luogo di raccolta civica, un’architettura che recita prima ancora che si alzi il sipario. David Chipperfield Architects con Arup presenta l’Arena Milano nel quartiere Santa Giulia, sede olimpica invernale 2026, con la sua facciata di tubi di alluminio che scintilla di giorno e di notte si trasforma in schermo Led, rileggendo l’anfiteatro romano alla scala umana del quartiere. James Turrell porta ad Aarhus il suo Skyspace più ambizioso – quaranta metri di diametro, sedici di altezza, un oculo sul cielo che trasforma la percezione del tempo e della luce. “L’architettura tiene il cielo vicino”, scrive Turrell, “così che l’atto stesso di guardare diventi l’opera”. È una definizione di architettura che non ha nulla da spartire con la viralità, e tutto da spartire con la presenza. Tra le pagine più affascinanti e suggestive del numero c’è la fotografia di Matt Emmett sugli edifici abbandonati: il National Gas Turbine Establishment, le acciaierie di Liegi, il carcere di Reading Gaol. Strutture che stanno scomparendo nell’incuria e nel silenzio, e che attraverso la fotografia ottengono un’ultima possibilità di essere riconosciute. Se l’unico modo per preservare la memoria di un’architettura è l’immagine, scrive Emmett, quell’attività di documentazione vale già qualcosa. Il numero si chiude idealmente con il progetto Mirage di Ma Yansong per la Tour Montparnasse, specchi concavi che avrebbero riflesso la Tour Eiffel capovolta sulla cicatrice di Parigi. Non è stato realizzato, né poteva esserlo: era un atto critico, uno specchio posto davanti alla storia ininterrotta del potere monumentale. A volte l’immagine che conta di più è quella che non si costruisce mai. Nel Diario curato da Elena Sommariva il numero trova il suo respiro più personale. Mariotti apre con la Biennale Arte 2026 “In Minor Keys”, doppiamente orfana: della curatrice Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio 2025 a 57 anni, e della scommessa intellettuale che avrebbe potuto essere. Il team che aveva scelto porta a termine il lavoro di un’altra persona; non era il momento della scommessa, ma il tempo del rispetto, con un costo altissimo: la mostra prende la forma di un omaggio, non di una riflessione. L’apparato teorico è solido, ma la mostra che ne risulta è tra le più esili degli ultimi anni. Le opere dialogano sempre per affinità, mai per contrasto. Alla Biennale 2026 si respira, si cammina, ci si riposa. Nessuna scossa. Niente passione. Il dito, il dibattito attorno a Buttafuoco, ha soverchiato la luna. E la luna, questa volta, se lo meritava poco. La bellezza non è decorazione. È energia, ordine, cura, e oggi anche il coraggio di farsi vedere. Simona Bordone recupera dall’Archivio il testo di Pierre Restany sulla Biennale del 1968: il parallelo con l’oggi è imbarazzante nella sua precisione. Il peggior nemico dell’artista, scriveva Restany, è il conformismo dei valori stabiliti, l’estetica dogmatica, la sclerosi dei generi tradizionali. Valentina Petrucci incontra Fabrizio Moretti che racconta della Visitazione di Pontormo a Carmignano, in una chiesa appartata, quasi segreta. Il cuore segreto del quadro non sta nell’abbraccio né nei colori acidi e innaturali che hanno reso Pontormo inconfondibile. Sta nell’ancella di sinistra che ci guarda. Il quadro non vuole essere visto: vuole vedere. Mariotti racconta il restauro di Villa Priuli Crisanti in Val Liona, condotto da Romina e Domenica Mimma Raulli nel segno della compatibilità, della reversibilità, della misura. Come scrisse Cesare Brandi, il restauro non è un atto creativo: è un atto critico. E questa villa è ora di Andrea Crisanti, epidemiologo di fama mondiale che ha scelto di restituire parte del suo successo alla storia. Il Contrordine affronta l’Italia abbandonata: le stazioni chiuse nel 1986, i castelli demaniali, le caserme dismesse. Di chi è questo patrimonio? La risposta, sempre, è la stessa: è dello Stato, è di tutti, perciò di nessuno. Il contrario di res nullius non è res privatae. È res curata. La cosa di cui qualcuno si prende concretamente cura.
15,00 €

Domus N. 1112 Maggio 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

Dai progetti di Sanaa, Snøhetta e Big alla Beirut di Lina Ghotmeh, passando per il dialogo tra Ma Yansong e Thomas Heatherwick, nel numero di maggio di Domus l’architettura non è più una forma statica, ma una partitura in continuo movimento che deve “farci sentire vivi”. Cosa deve essere un edificio, nel mondo che abitiamo? Non una forma. Non una funzione. Non un’icona. Domus 1112 arriva in edicola con Ma Yansong come guest editor e con questa domanda come bussola, una domanda che non ammette risposte semplici, e che il numero affronta con la radicalità e la grazia che appartengono ai suoi momenti migliori. L’architettura, dice Yansong, è movimento. È la maniera in cui i corpi si muovono nello spazio, nel tempo, nella luce e nel suono. Si dice che sia musica congelata, ma la parola “congelata” è sbagliata. Una porta chiusa divide lo spazio come un muro; una rampa lo percorre come una passeggiata nella natura. L’architettura non deve solo soddisfare le necessità umane: deve ispirare. Deve interagire. Incoraggia le transizioni spaziali, dissolve i confini, moltiplica le forme possibili dell’essere umani. A questa apertura rispondono due saggi. Ma Qingyun rilegge il presente della disciplina come una rivoluzione interna, silenziosa, che si dispiega dentro i sistemi normativi, finanziari, digitali. L’architettura non viene più consegnata alla società, viene negoziata con essa, non è una diminuzione della disciplina, è una redistribuzione della sua intelligenza. Lina Ghotmeh parte invece dalla propria esperienza di crescere a Beirut, città seppellita sette volte e risorta: per lei il movimento non è spostamento, è trasformazione, la capacità di evolversi rimanendo connessi a ciò che ci ha preceduto. L’architettura è sempre una forma di ascolto prima che di costruzione. La conversazione tra Ma Yansong e Thomas Heatherwick è tra le più intense della stagione editoriale. Heatherwick articola una convinzione che attraversa tutto il numero: la professione ha sviluppato un’immagine in cui tutto è sotto controllo, in cui il progettista appare come un burocrate affidabile. Questa idea di razionalità è però inapplicabile, una volta che si constata come gli esseri umani siano guidati da emozioni e sentimenti. Il senso del movimento non è esibizionismo: dà emozione. E l’emozione è il compito più urgente dell’architettura nel secolo della solitudine. Da qui il numero si apre in un atlante geografico e poetico del movimento nella pratica contemporanea. Il Taichung Green Museumbrary di Sanaa, inaugurato a dicembre 2025 a Taiwan, unisce museo d’arte e biblioteca pubblica in un sistema di otto volumi interconnessi, rampe a spirale e spazi di fusione: lavora sul Neutro — nel senso in cui lo intendeva Roland Barthes, spazi indeterminati, aperti al contingente. Il Suzhou Museum of Contemporary Art di Big è dodici padiglioni che si sciolgono nel paesaggio del Lago Jinji con coperture in acciaio spazzolato che si drappeggia come catenarie. La stazione Qasr AlHokm di Riad, firmata da Snøhetta, agisce come un periscopio urbano: la copertura riflette la città verso il basso e il sottosuolo verso l’alto, mentre un giardino temperato a trentacinque metri sotto il livello stradale introduce una natura impossibile nel ventre della metropoli. La stazione Centro Direzionale di Napoli, di Benedetta Tagliabue, porta nella città una foresta di legno lamellare che connette il quartiere di Kenzo Tange, isolato e artificiale, figlio degli anni Settanta, alla profondità storica e vulcanica di Napoli. Auric Terrain a Pechino è una passerella sinuosa di oltre 200mila pannelli d’alluminio che si sviluppa come una vena del drago nel paesaggio, dove il movimento è relazione dinamica tra corpo, luce e materia. L’architettura non viene più consegnata alla società, viene negoziata con essa: non è una diminuzione della disciplina, è una redistribuzione della sua intelligenza. Tre voci costruiscono il percorso artistico. Drift presenta “Coded Nature II: Vortex”, dove il pubblico assume il ruolo del vento e attiva il sistema. Wei Tao racconta il “Comma Project”: una gigantesca virgola di 35.547 metri quadrati tracciata nella prateria della Mongolia Interna con tessuto geotessile, poi esistita come vettore matematico in Cad, poi trasmessa da un satellite in orbita, tre stati della stessa punteggiatura, tre modi di abitare l’assenza di significato. Cometabolism Studio presenta “Antagonism”: due altalene ricavate dal monkey cart minerario che creano, attraverso il pubblico, un equilibrio dinamico tra trazione e controbilanciamento, la produzione e il tempo libero riconciliate in un gesto. Curata da Matt Shaw, la sezione Tempi nuovi porta due studi che incarnano le forme contemporanee del movimento. Xing Design lavora con tecnologie emergenti: dalla stazione Yuyuan di Shanghai, con il soffitto di led programmabili che cambia il cielo artificiale secondo le stagioni, al Cloud Engine di Jingdezhen, polo energetico interrato che restituisce alla città un parco. Andblack Design Studio opera nel punto di tensione tra parametricismo occidentale e artigianato locale indiano: la scultura “Vayu”, composta da 4mila pezzi di legno unici che mimano il vento; la Louvered House, con lamelle orientabili per ventilazione naturale e flessibilità d’uso La sezione Architettura senza architetti è affidata a Edward Burtynsky. Tre immagini, “Highway #1” a Los Angeles, “Coal Train” nel Wyoming, “Tyrone Mine” nel New Mexico, raccontano l’intreccio tra le opere dell’uomo e le forze della natura, producendo paesaggi magnetici e surreali. Il testo è una meditazione sulla scala: se fossimo stati all’altezza della nostra genialità ma avessimo mantenuto la popolazione a livelli sostenibili, potremmo aver avuto tutto. Non è accaduto. La miniera di rame di Tyrone, con i materiali di risulta che assumono colori psichedelici appena esposti all’aria, è uno dei paesaggi più perturbanti che Domus abbia mai ospitato. Il Diario apre con il fatto del mese: due eventi separati da un oceano e da temperamenti opposti che si illuminano a vicenda con una precisione quasi crudele. Il Pritzker Prize 2026 assegnato a Smiljan Radić Clarke, sessanta progetti in trent’anni, studio compatto, nessuna concessione alla scala del gesto, e l’apertura delle David Geffen Galleries al Lacma, coronamento dei diciassette anni di lavoro di Peter Zumthor. Mariotti li legge insieme: non come opposti, ma come due risposte alla stessa domanda, formulate da posizioni radicalmente diverse. Nessuno dei due costruisce per la fotografia. Entrambi costruiscono per il corpo. L’architettura non deve solo soddisfare le necessità umane: deve ispirare. Deve interagire. Incoraggia le transizioni spaziali, dissolve i confini, moltiplica le forme possibili dell’essere umani. Seguono le Letture globali: We the Bacteria di Beatriz Colomina e Mark Wigley, che ribalta il paradigma moderno aprendo l’architettura alla coabitazione con i microbi; Cucire universi di Domitilla Dardi, che mostra i legami tra gli schemi dell’uncinetto e le strutture di Pier Luigi Nervi; Architecture Against Architecture di Reinier de Graaf, manifesto in quattordici punti sulla necessità di ripensare come e perché si costruisce oggi; “Roma vietata”, saggio fotografico sulle piazze romane occupate dalle automobili prima delle battaglie per la tutela dei centri storici. Nel corpo del Diario: Paul Smith riflette sui corrimano, dalla Biblioteca Laurenziana alla casa di Barragán a Città del Messico. Valentina Petrucci firma il ritratto di Giorgio Jannone, presidente di Cartiere Pigna, che racconta il proprio rapporto con l’arte — dalla sindrome di Stendhal agli Uffizi alla “Madonna Litta”. Francesco Franchi analizza l’identità visiva delle Olimpiadi 2028 di Los Angeles: tredici bloom generativi, una palette ispirata all’Uccello del Paradiso, quattro font accostati senza gerarchia fissa. Alberto Mingardi rilegge Il mondo nuovo di Huxley e si chiede se il racconto distopico del 1932 non alluda a certe scene di questo inizio secolo. Nanni Delbecchi ritrae l’appartamento di Alberto Moravia al Lungotevere della Vittoria — 12mila volumi, maschere africane, undici tele di Schifano, il ritratto di Guttuso con il pullover rosso fuoco, il santuario modernista di un romanziere che è tornato sempre sul luogo del delitto: gli anni Trenta della borghesia italiana. Loredana Mascheroni cura la collezione “Made to Measure” di Herzog & de Meuron per Unifor, presentata al Salone del Mobile 2026, dove il sughero diventa protagonista assoluto. Walter Mariotti firma “Il valore dell’ospitalità” con il Lasserhaus di Bressanone, intervento su una dimora aristocratica del XV secolo, e la riflessione sull’ontologia dell’abitare contemporaneo. Il Contrordine di Mariotti parte da una fotografia: novembre 1973, Germania, le autostrade vuote per decreto, bambini che corrono in bicicletta sull’asfalto pensato per i motori. Erano i giorni dello shock petrolifero. Oggi, con la crisi dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa circa il venti per cento del petrolio mondiale, siamo di nuovo lì. Il precedente esiste: nel 1973 l’Europa dipendeva dal petrolio mediorientale per circa il settanta per cento del proprio fabbisogno. La differenza, questa volta, è che le alternative esistono. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 gigawatt aggiuntivi di potenza rinnovabile; secondo Ecco Climate, in un anno potrebbe sostituire oltre l’ottantantacinque per cento del fabbisogno di gas dal Qatar. Il problema non è tecnologico. È una questione di volontà politica e visione culturale. Ogni crisi energetica è, in fondo, una crisi d’immaginazione. La domanda non è se usciremo da questa crisi, ne usciremo. La domanda è se, per la prima volta in cinquant’anni, avremo l’intelligenza e il coraggio di non tornarci.
15,00 €

Domus N.1111 Aprile 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

Dalle installazioni transpecie di Andrés Jaque al padiglione sensoriale di Balkrishna Doshi nel Vitra Campus, fino a un museo-tempio in Vietnam, nel numero di aprile di Domus il corpo diventa la nuova frontiera dell’architettura contemporanea. C’è una soglia, nel cammino verso la comprensione dell’architettura, oltre la quale smetti di guardarla e cominci a sentirla. Domus 1111 è tutto qui: in quel passaggio dal visivo al sensoriale, dall’oggetto all’organismo, dalla forma alla carne. Questo numero presenta un’interrogazione radicale su cosa significa costruire per il corpo, con il corpo, come se si fosse un corpo. Ma Yansong, guest editor 2026, apre con un editoriale che ha la forza di un atto poetico. Da un formicaio osservato per caso, il grattacielo nel mondo delle formiche, dove forma, spazio e struttura sono il riflesso di chi li abita, alla Statua della Libertà in costruzione sotto le volte affrescate di una chiesa, traccia una genealogia del corpo in architettura che è anche una critica al presente: troppe città, troppi spazi pubblici progettati contro il corpo umano, contro la sua libertà, la sua dignità, la sua voglia di stare insieme. L’architettura come corpo è anche, allora, un atto civile. I saggi sviluppano questa visione in tre direzioni complementari. Andrés Jaque, con la sua Transspecies Kitchen installata nel Nachtegalenpark di Anversa, dissolve i confini tra cucina, digestione e spazio architettonico in un continuum metabolico che coinvolge esseri umani, microrganismi, piante e minerali: l’architettura, scrive, è l’organizzazione dei rapporti attraverso cui la vita metabolizza la vita, una definizione che vale più di molti trattati. Selena Savić affronta il design della scomodità, panche con braccioli anti-sonno, spike sul pavimento, musica classica per scacciare i giovani dalle piazze, come forma di esclusione sistematica del corpo dall’urbano, tracciando un filo diretto tra architettura ostile e discriminazione digitale. Xing Lihua e Meng Jianmin portano il corpo nell’ospedale: il loro Secondo Ospedale del Popolo di Dapeng a Shenzhen, organizzato attorno all’idea di Healing Ring, tre cortili multisensoriali che introducono fisicità tattile, microclimi temperati, luce naturale diffusa, dimostra che la medicina può tornare a prendersi cura dell’uomo intero, non solo della malattia. C’è una soglia, nel cammino verso la comprensione dell’architettura, oltre la quale smetti di guardarla e cominci a sentirla. Il dialogo tra Ma Yansong e Hiroshi Sugimoto è uno dei momenti più intensi del numero. Sugimoto parla del suo Osservatorio Enoura, finanziato interamente con i proventi della propria attività artistica, opera definitiva che continuerà a costruire finché avrà vita, come di un corpo fatto di spazio: gallerie di pietra allineate ai solstizi, bambù che cambiano ad ogni angolo, fossili di cinquecento milioni di anni accanto a pietre del tempio di Tōdaiji. Un’architettura che misura il tempo senza orologi, che fa sentire il peso della luce sul pavimento come un dito. La sua critica al modernismo trionfante, alla città-Manhattan globalizzata che distrugge la natura per costruire pietra artificiale, non è nostalgia: è un’etica della permanenza. Nel corpo centrale del numero, i progetti parlano linguaggi diversi ma condividono una stessa tensione verso il sensoriale. Walter Mariotti racconta il Doshi Retreat nel Vitra Campus di Weil am Rhein, prima e ultima opera costruita fuori dall’India da Balkrishna Doshi, completata postuma nel 2025, come un corpo metallico e musicale che attraversa il visitatore prima ancora di mostrarsi: gong e flauto emergono dal terreno, risuonano nelle pareti d’acciaio concave, attraversano il corpo; un mandala di ottone martellato a mano rifrange la luce nello spazio, mentre la pioggia entra da un’apertura zenitale. Un santuario nato da un sogno, due cobra intrecciati, immagine di kundalini, che finirà rovina, e in quella fine troverà la sua eternità. Yung Ho Chang racconta la Vertical e la Horizontal Glass House di Atelier FCJZ sul lungofiume di Shanghai: ogni primo dell’anno, intorno alle undici del mattino, l’ombra dell’una coincide perfettamente con la forma dell’altra. Come un corpo e la sua ombra: inseparabili. Nguyễn Hà porta il Museo e Tempio Đao Mẫu di Arb Architects ad Hanoi, costruito con cinque milioni di tegole di terracotta recuperate nel raggio di trentuno chilometri: una pelle che racconta il tempo, ossa ancorate agli alberi di longan esistenti nel giardino, carne fatta dei rituali Hầu Đồng. Anicka Yi porta la serie Radiolaria, sculture luminose animate da fibre ottiche e motori, ispirate all’antico zooplancton marino i cui scheletri di silice scrivono il tempo profondo nella geologia della Terra, come risposta alla domanda su cosa significhi essere un corpo poroso, fatto di minerali, codice, energia e aria. Il Diario è il luogo dove Domus conversa: dall’archivio del 2001 con la Domus Design Factory nella chiesa sconsacrata di San Paolo Converso allestita da John Pawson, al mosaico raccontato da Paul Smith, dal Nando’s sotto casa alla Cappella Palatina di Palermo del XII secolo, come forma del tempo: durevole, adattabile, irriproducibile dall’intelligenza artificiale. Valentina Petrucci intervista Andrea Crisanti, che parla d’arte con la stessa passione analitica che riserva alla scienza. Francesco Franchi riflette sul menu come piccola architettura tipografica e sulla sua graduale sostituzione con il QR code. Loredana Mascheroni incontra Barbara Radice nella casa milanese che divise con Ettore Sottsass per trent’anni. Walter Mariotti racconta Valentina De Santis e il trittico del Lago di Como come una produzione di senso più che un’esperienza d’accoglienza: ospitalità non come servizio standardizzabile, ma come apertura delle porte di casa propria. L’architettura è l’organizzazione dei rapporti attraverso cui la vita metabolizza la vita. La rubrica Contrordine porta questa architettura del pensiero verso il mondo: trentanove chilometri, la larghezza dello Stretto di Hormuz nel suo punto più stretto, attraverso cui transita ogni giorno circa il venti per cento del petrolio mondiale. I modelli di intelligenza artificiale sono mappe, non territorio. C’è un salto logico pericoloso tra migliorare ed eliminare la complessità. Il collo di bottiglia è una forma del mondo, non una malattia. E l’intelligenza, artificiale o umana, diventa saggezza quando impara ad abitare le forme del reale, anche le più scomode. Il dossier dedicato al progetto di retrofitting della sede milanese di EY argomenta l’urbano contemporaneo. Il progetto Piuarch per la sede EY tra via Meravigli e piazza Cordusio reinterpreta questa logica di una Milano segreta alla scala di un headquarters contemporaneo. EY a Milano è una comunità professionale di diverse migliaia di persone, catene di carbonio, come le chiama il CEO di EY Italia Stefania Boschetti, che ha costruito nel tempo una relazione profonda con il sistema universitario, con le istituzioni, con il mondo della cultura d’impresa. Milano entra in EY, EY entra in Milano.
15,00 €

Domus N. 1110 Marzo 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

Dai progetti di Elizabeth Diller alla piattaforma galleggiante per il Muyuna Fest in Amazzonia, nel numero di marzo il guest editor Ma Yansong esplora l’architettura come processo collettivo. C’è una parola che questo numero pronuncia con ostinazione, e quella parola è insieme. Non come slogan. Come condizione necessaria. Come unica risposta praticabile a un mondo che ha smesso di funzionare nel momento in cui qualcuno ha convinto tutti che bastasse una mente sola, un disegno solo, una pianta firmata da un nome solo, per fare architettura. Esce Domus 1110, numero di marzo 2026, affidato al guest editor Ma Yansong, che con la semplicità di chi non ha bisogno di stupire enuncia la tesi centrale: il progetto contemporaneo non può più essere un atto solitario. È uno sport di squadra. Lo dice anche la copertina di Marta Cerdà Alimbau: quattro cordoncini intrecciati che formano una rete. Non una metafora decorativa, ma un diagramma strutturale: persone, luoghi, saperi tenuti insieme dalla tensione reciproca. Il dibattito teorico si apre su scala planetaria. Jason Ho del Mapping Workshop chiede di mettere le persone al centro dei processi urbani, non come beneficiari ma come protagonisti. Nasios Varnavas ed Era Savvides di Urban Radicals rivendicano l’indissolubilità tra etica ed estetica: la forma come modo di prendersi cura. Liu Yuelai esplora i giardini comunitari come strumenti di micro-rigenerazione, capaci di riparare i legami sociali dal basso. Cass R. Sunstein riflette sui limiti cognitivi che ci rendono incapaci di decidere per il futuro. Collectif Etc propone la narrazione collaborativa come strumento di ascolto nei territori complessi. May East e Jude Barber di Collective Architecture portano la questione dove brucia di più: la giustizia spaziale, il punto di vista delle donne, il “mutualismo co-evolutivo”, dove la partecipazione non è un’aggiunta al processo ma la condizione che lo rende possibile. I progetti danno corpo a queste teorie. Rómulo Moya Peralta costruisce una piattaforma galleggiante per il Muyuna Fest a Iquitos, in Amazzonia: un’architettura che disimpara le regole della terraferma per seguire i ritmi del fiume. In Vietnam Vo Trong Nghia realizza con terra battuta e bambù la scuola Nuoc Ui, integrata nel paesaggio montuoso delle minoranze etniche. A Shenzhen Zhu Xiaodi sperimenta il “Soft Square”. A Roskilde Kunlé Adeyemi e Aga Filipowicz costruiscono piattaforme collettive. A Logroño Leopold Banchini e Andrea Rodriguez Novoa portano i bagni pubblici in strada. Song Dong presenta Borrow Light. In Myanmar Raphaël Ascoli e KoZin / Blue Temple rispondono a conflitti e disastri naturali con strutture modulari in bambù. Assemble Play trasforma il gioco stesso in uno strumento di progettazione urbana. Il fatto del mese è Milano Cortina 2026: lo specchio di un Paese che sa raccontarsi meglio di quanto sappia costruirsi. Una pista da bob da 120 milioni per meno di cento atleti. Foreste di larici compensate con piantine. La parola “sostenibilità” ripetuta cento volte mentre il cemento cola. Walter Mariotti apre il numero da qui, perché l’insostenibilità olimpica è la metafora perfetta del tempo che viviamo. Nessun Neo verrà a liberarci da questa Matrix autoinflitta. Simona Bordone ci porta all’opposto: Tokyo 1964, Kenzo Tange, lo Yoyogi National Gymnasium. Un edificio costruito con l’angoscia di chi sa che deve durare più a lungo dell’evento per cui è stato pensato. Sessant’anni dopo, dura ancora. La pista da bob di Cesana Pariol, costruita per Torino 2006, è chiusa dal 2011. Il confronto non ha bisogno di commento. Loredana Mascheroni incontra Konstantin Grcic, designer e curatore di White Out alla Triennale, dedicata al futuro degli sport invernali. Grcic è ottimista. Forse troppo, ammette lui stesso. Ma il rifiuto della resa, quando è intellettualmente onesto, ha la sua dignità. Poi: Nicola Ermanno Barracchia sul principio del Due — l’arco, la diplomazia discreta, chi arriva primo non sempre sale sul podio. Valeria Casali ed Elena Sommariva con le Letture globali: Ise Gropius, Beatriz Colomina, Davide Vargas, Eileen Gray riscoperta come pioniera ancora attuale. Paul Smith sui tombini di Roma e Londra: i chiusini come archeologia a portata di piede, SPQR come promemoria che la storia cammina sotto di noi, letteralmente. Francesco Franchi con The Momney Project: ripensare le banconote dell’euro a partire dal lavoro di cura invisibile delle madri — sedici miliardi di ore al giorno, il 76 per cento svolto da donne. Se il denaro certifica il valore, questa è la domanda più urgente del design contemporaneo. Valentina Petrucci incontra Tim Parks, scrittore britannico trapiantato in Italia, che ha imparato a guardare la pittura camminandoci dentro: leggendo il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis come un romanzo — da sotto a sopra, da sinistra a destra, la narrazione entra in scena. Matt Shaw documenta People’s Architecture Office e Rural Urban Framework: la Plugin House, le case ipogee nel nord della Cina reinventate come sistemi dinamici tra storia e comunità. Alberto Mingardi ci porta a New Lanark, nel sogno costruito di Robert Owen: rifiutò il lavoro minorile, costruì un Institute for the Formation of Character con portico dorico e gallerie per la musica, poi partì per l’America nel 1825 sognando di moltiplicare l’esperienza. Andò male. Ogni tanto capita anche ai sogni più belli. Elena Sommariva racconta Punto Luce al Gallaratese, il primo edificio realizzato ex novo da Save the Children, progettato da Aoumm: legno prefabbricato, tetto verde che cambierà colore con le stagioni, pensato ascoltando i ragazzi del quartiere. Un regalo alla periferia nord-ovest di Milano. Silvana Annicchiarico presenta Scatter d — la ricerca Is It Worth It? di Bahar Pourmoghadam e Marco Cattivelli, che abbraccia il difetto e trasforma l’imperfezione in linguaggio dichiarato: un piccolo sabotaggio poetico contro l’ortodossia della perfezione industriale. Alessandro Benetti racconta la casa radicale di Legnano: terra cruda, paglia, canapa, stufa a legna ricaricata due volte al giorno, parquet di recupero posato con i propri figli. Questo è il progetto esecutivo del futuro. Walter Mariotti firma anche l’incontro con Mariacristina Gribaudi. Altalena rossa, profumo d’acciaio, sei figli, maratone, Keyline, Palazzo Ducale: una donna che ha capito che fabbrica e famiglia, arte e impresa sono stanze diverse della stessa casa, e che basta trovare il ritmo giusto per attraversarle tutte. E il pezzo su Sensoria Dolomites, hotel sull’Alpe di Siusi: dove arte non significa decorazione ma esperienza condivisa, dove il lusso vero è la qualità della relazione, non l’esclusività del prezzo. Daniela Brogi chiude con Sentimental Value di Joachim Trier: uno smartphone, un selfie, una casa a Oslo, una madre morta suicida, un regista che vuole girare un film nei luoghi della sua infanzia. La memoria non è un mondo di proiezioni legate al tempo. È una faccenda sentimentale di spazi.
15,00 €

Domus N. 1109 Febbraio 2026

editore: Editoriale Domus

pagine: 100

Dal Grand Ring in legno di Sou Fujimoto a un edificio comunitario su un vulcano in Ecuador, nel numero di febbraio di Domus la natura assume il ruolo di principio costruttivo del progetto. C’è un momento preciso in cui qualcosa si spezza. O meglio: si inverte. Il progetto contemporaneo smette di inseguire la natura come un ornamento, una concessione estetica, e comincia a studiarla. A copiarla nei processi, non nelle forme. Si tratta di un’architettura che non dialoga con la natura, ma si comporta come la natura. Adattabile. Circolare. Rigenerativa. Parole che suonano programmatiche, ma che qui, nelle pagine, nei progetti, nelle immagini, prendono corpo. Esce in edicola Domus 1109, numero di febbraio 2026 affidato al Guest Editor Ma Yansong che, nell’editoriale di apertura, afferma con una chiarezza che disarma: la questione non è più dare natura all’architettura, è far sì che l’architettura impari dalla natura. Che ne erediti la logica. Che ne assorba l’intelligenza silenziosa, quella che non si vede ma che funziona. Da millenni.Un’inversione di rotta, appunto. Forse l’unica possibile. Kabage Karanja, architetto keniano e co-fondatore di Cave_bureau, firma un saggio incendiario intitolato “Resistenza come riparazione”. Partendo da un proverbio swahili – “Dove ci sono alberi, non ci sono costruttori” – Karanja mette sotto accusa una professione che supervisiona e legittima silenziosamente la distruzione di comunità e ambienti. La sua proposta è radicale quanto necessaria: abbandonare il titolo di architetto Riba per adottare quello di Abir (Artist built in resistance). Il dialogo tra Ma Yansong e Sou Fujimoto rappresenta uno dei momenti centrali del numero. I due architetti discutono del Grand Ring per l’Expo 2025 di Osaka – il più grande edificio in legno al mondo con 60mila mq di superficie – come esperienza fenomenologica della natura. Fujimoto sottolinea come la capacità di sentire la natura non sia una novità: arte e architettura tradizionali l’hanno rappresentata a lungo. Questa capacità è andata persa in epoca moderna, segnata da una tecnologia sempre più veloce. “Mi sono reso conto di che cosa volevo facesse l’architettura. Non amplificare il potere o la velocità, ma dare alle persone la possibilità di lasciarsi andare.”Ma Yansong I progetti documentati nel numero costituiscono un vero e proprio atlante globale della nuova sensibilità. A Dubai, l’Alwah House di Rcr Arquitectes sfida gli eccessi locali con volumi curvilinei parzialmente interrati che ricordano i petali di una rosa del deserto, mentre una conca centrale conserva l’acqua creando un microclima costruito attraverso profondità, ombra ed evaporazione. In Argentina, Casa Moro a Mar del Plata propone una natura intesa come entità mentale e spirituale: un manto ondulato di cemento poggia sul terreno come superficie geologica, mentre una scatola riflettente fluttua tra gli alberi catturando e restituendo frammenti dell’ambiente trasformati. Alle pendici del vulcano Quilotoa, in Ecuador, il Chaki Wasi Centre testimonia la forza delle tecniche vernacolari e della costruzione collettiva. Il piccolo edificio di pietra, legno e paglia è stato realizzato in minga – pratiche culturali andine solidali e collettive – coinvolgendo l’intera comunità con turnazione settimanale dei responsabili. A Varsavia, Uprising Mound di Archigrest e Toposcape trasforma una collina di detriti della Seconda Guerra Mondiale in un esperimento di bioingegneria che modella la successione naturale verso maggiore biodiversità. La Brac University a Dhaka di Woha Architects compie un’operazione ancora più audace: trasforma una discarica abbandonata in un campus verticale per 20.000 studenti, strutturato come un “club sandwich verticale” che riduce del 40% il consumo energetico e raggiunge un indice di copertura verde del 130% con 26.000 m² di aree verdi. Il confine tra opera d’arte e architettura si dissolve in installazioni che esplorano il tempo e la trasformazione. Borrowed Land, presentato da Act!, Ask Holmen, Claya e Studio Winther per Færderbiennalen 2024, è composto da cinque pilastri di terra battuta in argilla blu locale progettati per cambiare nel tempo: il degrado non come fallimento, ma come forma di espressione. Herzog & de Meuron firmano i Calder Gardens a Philadelphia, dove Jacques Herzog dichiara di essersi “concentrato sullo spazio più che sulla forma”, creando un luogo dove “ci si può sedere, passeggiare e fermarsi a osservare la natura o l’arte, con la medesima facilità che si ha quando ci si siede sotto un albero”. Le installazioni artistiche amplificano questa ricerca. Shaikha Al Mazrou con Contingent Object ad Abu Dhabi usa il sale come “materiale e sensore”: assorbendo umidità e cristallizzando nel tempo, diventa registro dell’atmosfera. Matt Shaw cura New Times for Nature, sezione dedicata a tre studi che incarnano approcci radicalmente diversi. Nameless Architecture di Seoul sfuma i confini tra naturale e artificiale usando il granito locale per creare ibridi. Earthscape Studio in India lascia che “sia il sito a progettarsi” attraverso un processo di ascolto, lavorando con costruttori locali e tecniche vernacolari. Shanshan Landscape in Cina integra la natura in ogni progetto come contributo a una “rinascita” del paesaggio, come nel loro studio Pìn Xu costruito in una cava dismessa. Nella sezione Diario emerge una geografia di progetti che guardano al futuro del patrimonio. Walter Mariotti presenta deboleForte per Forte Sant’Andrea a Venezia, metamorfosi della fortezza rinascimentale in centro culturale a impatto carbonico positivo, risposta concreta e visionaria per Venezia. Elena Sommariva intervista Elisa Fulco che, attraverso l’associazione Acrobazie, usa l’arte contemporanea come lasciapassare per mondi che tra loro spesso non si parlano in ospedali, centri psichiatrici e istituti di pena. La questione non è più dare natura all’architettura. È far sì che l’architettura impari dalla natura. Le rubriche tessono un ricco contrappunto tra simboli, materia e visione del progetto. Nicola Ermanno Barracchia esplora l’architettura del numero Uno, la Torre, primo respiro, primo bacio, primo passo del viaggio. Valentina Petrucci incontra Giovanni Sassu davanti alla Maddalena penitente di Guido Cagnacci: “Nell’arte cerco la carnalità”, dichiara Sassu di fronte a questo manifesto del Seicento, sospeso tra l’attrazione per il corpo e l’ammonimento dello spirito. Loredana Mascheroni presenta la lampada Mia di Davide Groppi, designer che dal 1988 esplora la luce con un’ambizione precisa: “Mi piacerebbe pensare che, a un certo punto, una mia lampada diventi come una forbice: vale a dire, nessuno sa chi l’ha disegnata”. Silvana Annicchiarico presenta lo Studio Re.d di Vienna (Kerstin Pfleger e Peter Paulhart), che con il progetto Handrail trasforma componenti modulari per ringhiere in orologi e apparecchi d’illuminazione: “Il ready-made non è nostalgia duchampiana, ma metodo operativo”. Antonio Armano racconta Enzo Catellani di Catellani & Smith: “La luce non è design. È fare. Accendere, guardare cosa succede”. Valeria Casali analizza i fancoil Färna di Innova progettati da Luca Papini, che prendono le distanze dall’estetica muscolare e tecnicista dei terminali impiantistici tradizionali. Walter Mariotti descrive il redesign del Four Seasons Hotel Milano di Pierre-Yves Rochon con Patricia Urquiola come manifesto di come si possa reinterpretare il lusso contemporaneo. Daniela Brogi analizza Pluribus di Vince Gilligan, serie che rielabora in senso artisticamente significativo i traumi legati alla pandemia di Covid-19. Ancora il direttore Editoriale, Walter Mariotti, in Contrordine, rilegge Villa Nemazee a Teheran di Gio Ponti (1957-1964), “macchina per vedere” dove lo sguardo attraversa l’intera pianta senza ostacoli. Tre decenni dopo, nello stesso luogo, Azar Nafisi radunava studentesse per leggere Nabokov, autore proibito: “La villa era già un atto di resistenza culturale. Affermava che si poteva essere persiani e moderni, orientali e occidentali”. Ciò che emerge da questo numero è una chiamata a una diversa spiritualità del progetto. Come scrive Ma Yansong: “Mi sono reso conto di che cosa volevo facesse l’architettura. Non amplificare il potere o la velocità, ma dare alle persone la possibilità di lasciarsi andare”. La natura ci abita, e quando la forma dialoga con essa, lo fa anche con l’animo umano. Un numero da esplorare con la lentezza necessaria, lasciandosi attraversare dalle sue voci. Buona lettura.
15,00 €

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